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Paragrafo 2 . Tutto, verit, epistme.
     
I misteri orfici. L'unicit della divinit.
     
Il  mito greco e i modi di pensare ad esso legati non rappresentano
un  blocco  omogeneo: all'interno dello stesso pensiero  mitico  si
assiste  a un processo evolutivo entro il quale compaiono  elementi
che  saranno  poi caratteristici del pensiero filosofico,  come  un
nuovo  rapporto  fra  umano e divino e una  nuova  prospettiva  nel
considerare  il  dolore  e la morte. Ci accade,  ad  esempio,  con
l'orfismo, che pone la divinit come unica, come principio di tutte
le  cose,  come  Tutto,(4) e vede nella separazione dell'umano  dal
divino la conseguenza di un male originario, intrinseco alla stessa
natura  dell'umanit, nata dalle ceneri dei  Titani  che  si  erano
ribellati a Zeus.
     
L'immortalit dell'anima.
     
La  separazione  degli  uomini dagli di, la  colpa  originaria  da
espiare,  impongono la ricerca di una via di salvezza, di  un  modo
per  ricongiungersi al Tutto, di cui anche gli uomini fanno  parte,
pur  essendone separati. Nell'uomo c' un'anima, che non  un'ombra
condannata  a  vagare  nell'Ade per l'eternit,  ma  una  scintilla
divina   e   immortale  che  sopravvive  al  corpo,   destinata   a
ricongiungersi alla divinit. Orfeo con il suo canto  ha  sconfitto
la  morte: pertanto le anime, sottratte agli Inferi, si reincarnano
in  altri corpi, migrano di corpo in corpo (metempsicosi). L'ascesi
praticata  nei  misteri orfici(5) tende a purificare l'anima  dalla
sua  "colpa",  dall'elemento titanico, perch possa  ricongiungersi
all'elemento divino.
     In   questa   prospettiva  la  morte  appare   in   una   luce
completamente  nuova: non  pi un momento naturale,  in  un  cosmo
ordinato,  ma  conseguenza e punizione dell'ingiustizia.  Dke  (la
Giustizia)  siede  presso il trono di Zeus e  insieme  vigilano  su
tutte  le azioni degli uomini e puniscono coloro che trascurano  la
legge  divina.(6)  Ma  d'altro canto la  morte    l'occasione  per
ricongiungersi  al  Tutto,  non   la  fine  bens  il  ritorno  al
principio.
     Il  Tutto  comincia a definirsi come "luogo" da cui ogni  cosa
proviene e a cui ogni cosa ritorna.
     Il  Tutto    ci che permane, al di l del nascere  e  morire
delle cose;  ci cui appartengono anche il nascere e il morire.

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La conoscenza.
     
La   presa  di  coscienza  della  separazione  degli  uomini  dalla
Divinit,  dal  Tutto,  produce il desiderio di  ricongiungersi  ad
esso. L'iniziazione misterica e l'ascesi, la comunione mistica  con
il  Dio, costituiscono una via per quel ricongiungimento, ma non la
sola.
     Ancora  una volta un mito pu spiegarci la drammaticit  della
nostra  separazione dal Tutto. Zeus negava agli uomini il dono  del
fuoco;  cos  in  loro soccorso si mosse un Titano,  Prometeo,  che
sottrasse semi di fuoco alla ruota del Sole e li don agli  uomini:
Zeus  lo pun in maniera atroce.(7) Il fuoco, patrimonio degli di,
J negato agli uomini che, grazie a Prometeo, ne vengono comunque in
possesso:  anche i mortali possono godere cos di alcune  scintille
di quel bene divino.
     Uno  dei primi filosofi, Eraclito(8), usa l'immagine del fuoco
per  indicare  il  creatore e l'organizzatore dell'intero  cosmo  e
anche  la  possibilit di cogliere e giudicare tutte le cose.  Allo
stesso     tempo    attribuisce    al    Lgos(9)    le    medesime
caratteristiche:(10) fuoco e ragione sono la stessa cosa;  Prometeo
ha  donato agli uomini ci che era patrimonio esclusivo degli  di:
la  conoscenza  razionale. La verit non ha pi bisogno  di  essere
rivelata  dall'oracolo  ai sacerdoti o dalle  Muse  al  poeta:  pu
essere raggiunta dal Lgos che  in tutti noi.
     La  separazione tra umano e divino, tra individuo e Tutto, pu
quindi  ricomporsi  attraverso la Ragione  (Lgos),  la  conoscenza
razionale.
     
La verit.
     
Conoscenza  necessariamente conoscenza della Verit. Ma  grande  
la  differenza tra la verit del mito - e, in generale,  la  verit
della  religione - e la verit filosofica, la "verit di  ragione",
come  la defin Leibniz(11) nel Settecento. Non siamo pi di fronte
a una verit rivelata, data in dono agli uomini, ma a una verit da
cercare:  il dono fattoci da Prometeo, contro la volont  di  Zeus,
non    una o la Verit, ma lo strumento per cercare la verit:  la
Ragione.
     La  Verit,  quindi, non  data, immediata, ma  da  cercare  e
scoprire, da portare alla luce. La parola, infatti, con cui i primi
filosofi  indicano  ci  che  chiamiamo  verit    altheia,   che
significa "ci che non  nascosto".

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L'epistme.
     
La  ragione, quindi, porta alla luce, o tende a portare alla  luce,
una  verit  che  una  volta scoperta non possa  essere  negata,  e
pertanto  sia  applicabile a tutte le cose.  "Il  fuoco  irrompendo
giudicher e coglier tutte le cose" (Eraclito, frammento  66).  La
conoscenza  che  si ha attraverso la filosofia  un  "impadronirsi"
delle  cose  che appaiono innegabilmente vere. I filosofi  chiamano
questa  conoscenza epistme, da  ep ("sopra") e  stamai  ("sto"):
dunque    imporsi sull'oggetto, impadronirsene; ci di cui  ci  si
impossessa  attraverso l'epistme  qualcosa che "sta", che  "resta
fermo": la Verit immutabile. (12)

